giovedì 27 giugno 2013

L'arpa birmana Biruma no tategoto The burmese harp

   Volevo, questa mattina, scrivere un post su della musica. Volevo, in realtà, sentire un po' di musica e scrivere il post era, alla fine, secondario a questo desiderio, ma ancora non avevo deciso cosa. Avete presente quando, la mattina, tutti i sensi sono un po' ovattati ma, nel contempo, resi più acuti dalla pace della notte, e vorreste sentire qualcosa che accarezzi l'udito senza aggredirlo? Pensavo, dunque, qualcosa di tranquillo,
niente di sinfonico, niente di troppo movimentato, ma neanche una ninna nanna e, specialmente, niente giocato sui toni acuti del violino, più adatti al giorno pieno o, al limite, alla sera. Pianoforte? Liszt no, Bheetoven neanche. Chopin forse? Brahms, o magari un po' Bach su pianoforte, ecco, un po' di Bach suonato da Glenn Gould non ci starebbe male. Così, sono lì che guardo in mezzo ai miei CD alla ricerca del Clavicembalo ben temperato, un'opera in grado di farti trascorrere una intera mattinata di ascolto senza mai eccedere ma non per questo priva di momenti eccelsi, quando lo sguardo mi cade su un, unico fra tanti CD, vecchio 45 giri.
   Che ci fa un 45 giri in mezzo ai miei CD? Non avevo detto, dopo aver scoperto i CD, che avrei dismesso i dischi, che infatti sono rimasti tutti ad occupare una parete a casa di mia madre, inutilizzati da decenni? Perché, allora, fra tutti i miei dischi mi sono portato dietro proprio un 45 giri? Lo guardo meglio, prima di prenderlo giù dall'ultimo scaffale. Copertina giallastra, scritte color mattone, RCA... improvvisamente mi torna in mente, ecco perché non l'ho lasciato a casa di mia madre, è l'arpa birmana. Me lo sono preso dietro perché mi ero ripromesso di digitalizzarlo, certo che sarebbe stato impossibile ritrovarlo su di un CD. Mi tronano in mente anche alcuni dei titoli, rosse di sangue le rocce e le valli di burma e la canzone dell'addio. Un film incredibile, che ho visto da ragazzo, in 16 mm in un cinema d'essai e che cercherò stasera su youtube, caratterizzato dalla presenza di pochissimi dialoghi e da una colonna sonora memorabile.
   Ma che cos'ha di speciale questo film, se il suo ricordo basta a distogliermi da Bach e dall'idea di scrivere un post sul clavicembalo ben temperato? Bè, è semplice, si tratta di un film talmente diverso da quelli che siamo abituati a vedere, da costituire quasi un mondo a sè stante.
   Per chi non lo avesse mai visto, l'arpa birmana è un film giapponese, del regista Kon Ichikawa, girato nel 56 ed ambientato alla fine del conflitto giapponese. E' un film di guerra, ma non parla della guerra, parla della pietà che può scaturire dal dolore della guerra. E' sostanzialmente la storia di Mizushima, un soldato giapponese che, ferito mentre cerca di convincere un gruppo di commilitoni ad arrendersi agli alleati dopo l'armistizio, viene soccorso da un bonzo e, successivamente, decide di fermarsi in Birmania per seppellire i corpi dei caduti. 
    Ho superato i monti, guadato i fiumi, come la guerra li aveva superati e guadati in un modo insano. Ho visto l'erba bruciata, i campi riarsi, perché tanta distruzione caduta sul mondo? E la luce m'illuminò i pensieri. Nessun pensiero umano può dare una risposta ad un interrogativo inumano. Io non potevo che portare un poco di pietà dove non era esistita che crudeltà. Quanti dovrebbero avere questa pietà? Allora non importerebbe la guerra, la sofferenza, la distruzione, la paura, se solo potessero da queste nascere alcune lacrime di carità umana. Vorrei continuare in questa mia missione, continuare nel tempo fino alla fine. Per questo, ho chiesto al bonzo che mi salvò dalla morte sul colle del triangolo di affidarmi la cura dei morti insepolti. Il capitano diceva di tornare in Giappone per collaborare alla ricostruzione del paese distrutto dalla guerra. Ricordo molto bene queste sue parole, ma quando vidi i morti giacere insepolti, preda degli avvoltoi, della dimenticanza e dell'indifferenza decisi di rimanere perché le migliaia e le migliaia di anime sapessero che una memoria d'amore le ricordava tutte ad una ad una. Passeranno gli anni, tanti anni prima che io finisca e, allora, se mi sarà concesso tornerò in patria, forse non tornerò più, la terra non basta a ricoprire i morti. Miei cari amici, io so che voi siete in grado di comprendermi e ve ne sono riconoscente. Vi scrivo dal monastero durante la notte e il pappagallo dice: Mizushima ritorna in giappone con noi. Io lo ascolto e vi giuro vorrei tanto tornare. Oggi il desiderio era forte e non resistendo suonai la mia arpa: la canzone dell'addio per voi. Addio amici che tornate in patria, vi confesso che non finirei mai di poter dire addio. Grazie per avermi tanto cercato, amici. Io vi ringrazio con tutto il mio cuore commosso. Io sarò qui in Birmania quando nevicherà e i monti nasconderanno la croce del sud e quando avrò sete di ricordi, quando avrò nostalgia di voi suonerò di nuovo la mia arpa. Per tanto tempo siete stati miei amici, vi ricorderò tutti, questo voglio dirvi.
   Per vedere il film, fosse anche in marziano, non vi serve sentire il parlato, vi basta questo breve riassunto ed il testo della lettera che ho riportato qui sopra. Del resto in tutto il film si parla pochissimo, anche se l'audio è indispensabile, indispensabile per sentire la colonna sonora, memorabile. Per questo, se non avete modo di procurarvi il film in originale, vi consiglierei di cercarlo su you tube come farò io stasera e, senza preoccuparvi troppo della lingua, di guardarlo ed ascoltarlo con attenzione, sempre tenendo presente, condizione indispensabile per poterselo godere, che non è un film divertente, è solo un bel film.
   E per finire, guardando su internet (non crederete mica che mi ricordi a memoria la lettera tratta da un film che ho visto più di trent'anni fa no?) ho scoperto che dell'arpa birmana è stato fatto un remake, nell'84, dallo stesso Kon Ichikawa. Non so, però, se ho voglia di vederlo o se preferisco ancora mantenere, nella memoria, le immagini in bianco e nero del film originale, tanto più che la critica non si è espressa in modo entusiasta sul remake.

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